• Incontro con gli studenti della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa
    Pisa (Aula Magna)
    18/10/2006

    B.GHELARDUCCI: Sono il direttore del giornale dell'Associazione Ex-Allievi, il Sant'Anna News, e ho l'onore di porgere il benvenuto, a nome dell'Associazione e della Scuola al Presidente e alla Signora, che ci hanno onorato con questa visita. E sono particolarmente lieto perché l'iniziativa di chiedere interviste a personaggi celebri della nostra epoca è strumentale al giornale, che ne pubblica i testi. La ringrazio allora doppiamente, per essersi prestato così gentilmente alle domande dei nostri Allievi, che sono qui rappresentati dalla Dott.ssa Caterina Sganga e da Davide Ragone, entrambi del settore di Giurisprudenza e membri del Comitato Direttivo della neonata Associazione Allievi. Essa rappresenta un momento di transizione tra Allievi ed Ex-Allievi, per cercare di dare il massimo di continuità tra il momento formativo e la parte post-formativa dell’esperienza dei giovani presso la Scuola. Hanno preparato le domande, e Lei, con tanta gentilezza e tanta disponibilità, è venuto qui per rispondere. Grazie Presidente, e benvenuto alla Scuola Sant’Anna.

     
    C.A.CIAMPI: Grazie per l'accoglienza.
     

    C.SGANGA: Ancora un sentito ringraziamento, Presidente, a nome degli Allievi e dell'Associazione Allievi. La prima domanda è generale, di apertura: cos'è l'Italia, e cosa rappresenta per Lei?

     

    C.A.CIAMPI: Io ho sempre avuto forte il sentimento di orgoglio di essere italiano. Credo che la profondità di questo sentimento si sia manifestata con il massimo vigore nel momento più drammatico della vita mia e di quella degli Italiani: nel 1943, dopo l'8 settembre. In quel momento noi giovani di allora, che eravamo sotto le armi, ci trovammo praticamente soli e dovemmo cercare nella nostra coscienza gli stimoli per reagire. Avvertii fortissimo in me, allora, il sentimento di appartenenza ad una realtà che era l'Italia, una società unita da valori antichi, secolarmente sedimentati nella nostra coscienza. è un sentimento che ho sempre portato in me; anche senza volerlo, spontaneamente, durante il mio settennato al Quirinale, esso ha ispirato la mia azione. Di qui tutte le iniziative che ho assunto per far sì che anche negli Italiani, che per anni avevano avuto un senso di pudore nel pronunciare la parola Patria con la P maiuscola, tornasse vivo questo spirito. Così è stato, ed è stata una delle mie più grandi soddisfazioni, alla fine del mandato. Proprio questa mattina, passeggiando per Pisa, un giovane come voi, uno studente, immagino, mi si è avvicinato per ringraziarmi di questo. Per me è il massimo della ricompensa per quanto ho cercato di fare.

     

    D.RAGONE: Buonasera, Presidente. Una figura di riferimento per la Sua crescita intellettuale ed umana è stata senza dubbio quella di Guido Calogero. Molti di noi volevano chiederLe quali tra i suoi insegnamenti ritiene siano stati per Lei più significativi e quali considera di maggiore attualità.

     

    C.A.CIAMPI: Guido Calogero, quando io entrai alla Normale nel lontanissimo 1937, era già titolare di cattedra, ed insegnava all'Università di Pisa Filosofia Morale e Storia della Filosofia. Non frequentai il suo corso, ma lo conobbi in occasione di alcuni seminari alla Normale, dove egli spesso veniva, e trassi, appunto, una determinata impressione circa la dimensione umana ed etica dell'uomo. Ho ricordato poco innanzi l'8 settembre. Quando mi detti alla macchia, capitai in un paesino dell'Abruzzo chiamato Scanno. Sapevo, fra l'altro, che vi avrei trovato Guido Calogero, che viveva con la sua famiglia proprio lì, dopo essere stato mandato al confino. Ho passato in quel luogo gran parte dell’inverno del 1943-44, fino a quando, a marzo, andai a riprendere servizio nell’esercito al Sud. In quei mesi, la mia frequentazione con Calogero fu quasi quotidiana, ed ebbi il privilegio di parlare e discutere con lui anche su temi di carattere filosofico. Uno degli argomenti che più mi interessava, proprio dopo l'8 settembre, era l’approfondimento della “responsabilità” e, la comprensione della sua genesi, dell’origine dell’autonomia delle nostre azioni, rispetto alla conoscenza. Soprattutto imparai da lui una profonda umanità, il senso etico della vita, informato al rispetto dell'altro, la pratica del dialogo, quale modo per comunicare, per conoscersi, per progredire insieme. Questa dimensione etica è ciò che mi ha dato Calogero, Maestro che io non ringrazierò mai abbastanza, Maestro di vita. “La scuola dell'uomo", titolo di un suo libro, riassume la pratica quotidiana dei suoi comportamenti, ed in particolar modo i suoi rapporti con i giovani.

     

    C.SGANGA: Presidente, qual è la sua memoria legata all'antifascismo nell'ateneo pisano, in Normale, al Collegio Mussolini, il fermento tra gli studenti, fra i giovani? Cosa ricorda di quel periodo e come lo giudica a distanza di tempo?

     

    C.A.CIAMPI: Entrai in Normale, come vi dicevo, nell'ottobre del 1937. Ero ancora immaturo, troppo giovane: avevo poco più di 16 anni. Avevo avuto forse una eccessiva fretta di entrare nella vita, che mi aveva portato a saltare due anni di scuola, la quinta elementare e poi la terza liceo. Ho rimpianto di essere arrivato all’università forse troppo presto. Vi fossi giunto due anni dopo ne avrei beneficiato di più. Gli anni in Normale furono allora, per me, gli anni della maturazione: anni drammatici, dal 1937 al 1941, per il nostro Paese. Nel 1939 scoppiava la Guerra Mondiale, nel 1940 l'Italia entrava in guerra. In quegli anni abbiamo avuto una tra le più vergognose ed aberranti manifestazioni del periodo fascista: le leggi razziali. Le vissi per intero in Normale, che aveva come insegnanti, oltre a Calogero, persone come Luigi Russo, che è stato per molti anni, poi, Direttore della Scuola; come Augusto Mancini, repubblicano storico, che anche durante il periodo fascista indossava sempre il fiocco repubblicano. Uomini, quindi, dichiaratamente ed apertamente antifascisti, ma che sul lavoro si comportavano come si deve comportare un insegnante, vale a dire secondo coscienza. Sia pure in maniera non diretta, emergeva la loro antinomia rispetto alla situazione politica del tempo. Gli eventi cui ho accennato portarono anche a momenti drammatici. Le leggi razziali costrinsero il nostro lettore di lingua tedesca, un giovane ebreo tedesco, il più famoso, Oskar Paul Kristeller, a lasciare l'Italia: questo fatto ci colpì profondamente. Arrivò poi la guerra, e la reazione dentro la scuola, pur non diventando mai apertamente manifesta, si radicò fortemente. I sentimenti che ci agitavano erano di libertà e giustizia, di cui era intrisa totalmente l’atmosfera che respiravamo. Bastava leggere “Storia d'Europa del Secolo XIX" di Benedetto Croce, che se ben ricordo, è uscita nel 1934-1935, per trovare una spinta fortissima, in particolar modo nel primo capitolo del libro, dedicato a “La religione delle libertà”. La Scuola visse momenti drammatici, tanto che Giovanni Gentile era in procinto di chiuderla, e solo l'intervento appassionato di persone come Russo e Calogero riuscì ad evitarlo. Quando ci fu la dichiarazione di guerra, un sommesso canto della Marsigliese echeggiò a mensa. In quegli anni facemmo anche uno sciopero della mensa per alcuni giorni, non ricordo con quale pretesto.

    Era questo il clima che si respirava in Normale, dal 1939 in poi.

     

    D.RAGONE. Presidente, ci sono delle scelte giovanili che colpiscono, nella sua vita. Fra tutte penso alla decisione di prendere una seconda laurea in Giurisprudenza, dopo quella in Lettere a Pisa e in Normale, e poi quella di entrare alla Banca d'Italia. Vorrei conoscere quali fossero le motivazioni che l'hanno sostenuta.

     

    C.A.CIAMPI: Scelsi “Lettere” perché mi piacevano soprattutto le lettere antiche. Ma non avevo l'intendimento di fare l'insegnante: il mio ideale professionale era molto di più la carriera diplomatica. Il ragionamento fu questo: "ho guadagnato due anni da studente alle scuole medie, e posso utilizzare il tempo risparmiato per prendere due lauree. Prima studio ciò che più mi interessa dal punto di vista personale, Lettere; poi prendo anche la laurea in Legge, visto che dopo Lettere si veniva iscritti direttamente al terzo anno e venivano abbuonati alcuni esami”. Mi laureai in lettere nel maggio del 1941. Proprio quell’anno gli appelli per le tesi furono anticipati. Il primo di luglio fui chiamato sotto le armi. Furono quattro anni di “naja”, ivi compreso il periodo alla macchia; dopo l’8 settembre quando nell’ottobre del 1944 ritornai a Livorno, una Livorno semidistrutta dai bombardamenti, avevo bisogno di lavorare: arrivai che stavano per assegnare gli incarichi per la riapertura delle scuole; il fatto di essere laureato e di avere il diploma della Normale mi pose in testa alle graduatorie. Ebbi l’incarico di italiano e latino al Liceo di Livorno. Avevo 24 anni. I miei allievi erano quasi miei coetanei o poco meno. Fu una bellissima esperienza, durata due anni. Attendevo che venissero banditi i concorsi statali, che erano stati promessi soprattutto per noi ex combattenti. Ma i concorsi non arrivavano, e sta qui la spiegazione del mio ingresso in Banca d’Italia. Si dà il caso che avessi deciso di sposarmi con una ex-studentessa conosciuta a Pisa. Mi si offrì l'opportunità di entrare in Banca. Lo feci quasi per prova, nell'estate del 1946, e non mi trovai male. Conclusione fu che, quando arrivai ad ottobre, invece di fare la domanda per rinnovare l'incarico di insegnamento, rimasi in Banca, però sempre con l'intenzione di sostenere i concorsi per l’insegnamento quando sarebbero arrivati. I bandi uscirono 4 anni dopo. Ricordo ancora il giorno che mi arrivò la lettera di convocazione al concorso, che era solamente orale per i combattenti. Era il giorno in cui nasceva la mia prima figlia. Trovai la lettera a casa, dalla rabbia la strappai e la buttai nel cestino. E rimasi in Banca d'Italia, non quindi per vocazione, ma per casualità.

     

    G.DELLEDONNE: Guardando alla Sua esistenza, la si vede costellata da lunghe e solide amicizie; per citarne solo due, Norberto Bobbio ed il Rabbino Elio Toaff. Può rievocare un episodio significativo relativo a questi due rapporti?

     

    C.A.CIAMPI: Con Elio Toaff ho avuto rapporti maggiori e più frequenti che con Bobbio, che ho conosciuto quando era già anziano. Elio Toaff è figlio dell’allora rabbino di Livorno, che avevo avuto modo di conoscere per motivi di studio: la tesi di laurea in Legge che scelsi, nel 1945, era sulla libertà delle minoranze religiose in Italia. Perché? Eravamo nel periodo dell’Assemblea Costituente, e quello era un argomento che mi appassionava tantissimo, dal Concordato ai rapporti tra Stato Italiano ed altre confessioni religiose. Per le mie ricerche ebbi contatti con i rappresentanti delle due più importanti comunità non cattoliche presenti a Livorno, gli ebrei ed i valdesi, e fu così che conobbi il padre di Toaff, un rabbino “classico”, diverso dal figlio, non estroverso come Elio; ed incontrai il pastore valdese, una persona dalla passione politica forte. Mi furono molto utili, forse più il valdese che il rabbino, per l’impegno politico più vivo e per la minore differenza di età, il rabbino Toaff padre mi incuteva un certo timore, sentivo la distanza, il distacco. Con Elio ci siamo ritrovati a Roma, intessendo uno stretto rapporto di amicizia, di cui mi vanto, così come mi vanto di essere suo ammiratore. Domani avrò occasione di vederlo qui a Pisa per il "Campano d'Oro", e sono ben lieto di essere presente a questa cerimonia, appunto per rendere onore ad Elio.

     

    M.MANCINI: Ormai sono trascorsi diversi anni dal suo addio alla Banca d'Italia e si sono verificati diversi cambiamenti, vuoi formali vuoi sostanziali. Se Lei per assurdo si trovasse a fare nuovamente il Governatore, si sentirebbe ancora a casa nella nostra Banca Centrale?

     

    C.A.CIAMPI: Non voglio entrare in fatti recenti relativi alla vita della Banca. Vi dico solo che ho seguito con molta partecipazione gli eventi che la hanno riguardata nel corso degli ultimi anni, e sono lieto che attualmente sia Governatore Mario Draghi, che ebbi come collaboratore, prima quando fu mandato a Washington dall’allora Ministro del Tesoro, il povero Giovanni Goria, nel CDA della Banca Mondiale, e poi quando rientrò in Italia, come consulente economico presso la Banca d’Italia; lo ritrovai poi nel 1996 al Ministero del Tesoro, quando venni nominato Ministro: lui era lì, come Direttore Generale. Ho lavorato con Draghi fino al 1999, quando lasciai il Tesoro per andare al Quirinale. Circa la Banca d’Italia debbo dire che sono sicuro che essa ha mantenuto le caratteristiche che l'hanno segnata nella sua storia ormai ultrasecolare. Fu costituita nel 1893: nel 1993 ne celebrammo il primo centenario, in occasione del quale presi l’iniziativa di avviare una raccolta di studi storici sull’istituzione. I 35-40 volumi pubblicati da Laterza ne sono il prodotto editoriale. I mutamenti di recente apportati allo Statuto della Banca e alla legge che ne regolamenta il funzionamento sono un aggiornamento necessario di una realtà oramai diversa da quella dell’epoca della sua originaria costituzione, ma si tratta di un aggiornamento che ha mantenuto una piena indipendenza dell’istituzione. La sua autonomia è fondamentale per il Paese, specialmente ora che abbiamo la moneta unica, di cui sono, come istituzione, un grande sostenitore. La Banca d'Italia è unica, e come Banca centrale deve mantenere l’indipendenza: noto con piacere che il Governatore Draghi la sta affermando e confermando. Proprio oggi ho visto sul Sole 24 Ore il suo articolo rievocativo di Luigi Einaudi, che egli considera tra i suoi Maestri.

     

    E.FATTORI: è noto il Suo impegno nel processo di integrazione e costruzione di un'Europa unita, mosso non soltanto da mere esigenze e leggi del mercato libero. Ed è noto anche il Suo contributo alla causa europea in generale. Ecco, in questa particolare fase di impasse, forse anche di crisi dell'Unione Europea, mi piacerebbe conoscere la Sua opinione, in particolare per quanto riguarda la delicata questione dell'approvazione del Trattato che adotta una Costituzione per l'Europa.

     

    C.A.CIAMPI: La ringrazio per questa domanda, perché è importante che soprattutto voi giovani parliate di Europa e cerchiate di comprendere l'importanza dell'Unione Europea. Voi siete nati mediamente una ventina di anni fa, ed avete avuto quindi la fortuna di non vivere nell’Europa dei nazionalismi, nell'Europa delle guerre fratricide, che hanno devastato il nostro continente. La mia generazione nacque all'indomani della Prima Guerra Mondiale: alla vostra età avemmo la Seconda Guerra Mondiale. E quello che è scattato nella nostra coscienza allora fu: "mai più guerra fra i paesi Europei". Certamente si deve all'intuizione di persone quali, in Francia, Jean Monnet, in Italia, Altiero Spinelli, che già in tempo di guerra vagheggiarono possibili soluzioni ai problemi europei, non più attraverso alleanze tra singoli Stati, ma attraverso un processo di integrazione. Fu un grande salto. La prima istituzione che fu creata in quella che oggi è l'Unione Europea fu la CECA (Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio). Eravamo nell'immediato dopoguerra ed una delle cause ufficiali dell’ultimo conflitto mondiale era stato il problema del carbone e dell'acciaio, bacino della Ruhr e compagnia bella. Secondo la vecchia mentalità, la soluzione più adatta sarebbe stata quella di chiamare un gruppo di esperti giuridici ed economici e chiedere loro di redigere un bel trattato che mettesse d'accordo Francia, Germania, Belgio, Lussemburgo, i più interessati a quella zona. Si pensò, invece, di costruire una comunità alla quale non partecipassero solo i Paesi interessati, ma anche quelli che nessuna vicinanza avevano con il bacino della Ruhr, come l’Italia. Nacque così la CECA: fu un nuovo modo di gestire in comunione problemi più o meno condivisi. Lo stesso concetto sta alla base dell’EURATOM, che fu la seconda delle grandi soluzioni del periodo. Su questa impostazione di sopranazionalità si costruì poi il Mercato Comune. Si ebbe allora la prima spaccatura: i Paesi nordici e l’Inghilterra vi contrapposero l’EFTA, che si fondava su basi diverse, sul vecchio concetto di alleanze tra Stati. Il Mercato Comune portava all’integrazione. Tra EFTA e Mercato Comune, vinse il Mercato Comune: la prima si sciolse ed i Paesi che ne facevano parte confluirono nel secondo. Ci fu poi il tentativo di fare il grande salto, con la Comunità Europea di Difesa, ma il progetto si arenò nel processo di ratifica: l’obiettivo fu abbandonato. E’ venuta allora un’altra idea, la moneta comune. Credetemi, non è stato facile, io ho partecipato a tutti i passaggi di questa creazione: prima il Sistema Monetario Europeo, lo SME, che cominciò nel 1979, esattamente quando io diventai Governatore, e poi negli anni Ottanta, quando si cominciò a studiare l’ipotesi Euro. Si arrivò al Comitato Delors, di cui ero membro, per studiare le possibili soluzioni. Nacque l’accordo che portò alla creazione della moneta unica. E’ stato un grande passo in avanti, perché non si tratta di un fatto solo economico, monetario, ma politico. Il ragionamento che abbiamo fatto è che Paesi che hanno una moneta comune sono ormai politicamente indivisibili. Ricordo ancora il 1993 quando ero da poco Presidente del Consiglio. Ai primi di giugno, Helmut Kohl mi telefonò e mi disse : "Dobbiamo vederci, perché non vieni a Bonn?". Andai a Bonn. Fu la mia prima missione all'estero. Ricordo ancora l'emozione che provai quando mi trovai a sentire in terra di Germania il nostro inno nazionale, a vedere salire il Tricolore accanto alla bandiera tedesca sul pennone della Cancelleria. Poi ebbi il colloquio con Helmut Kohl, lui e io soli. Helmut disse: "Fuori anche gli ambasciatori, non voglio nessuno". Restò solo il suo fedele interprete. E lui mi rivolse secco questa domanda: "Cosa ne pensi della moneta comune?". Eravamo nella fase decisiva per la sua creazione, Risposi: "Guarda, al di là dei fatti economici, se riusciamo a realizzare la moneta comune è un passo irreversibile verso una maggiore integrazione europea; l’integrazione politica. Se non la realizziamo rischiamo di bloccare il processo e di regredire. Ed allora, prima o dopo, riemergeranno i nazionalismi e gli spettri degli anni Trenta.". Kohl disse: "Sono perfettamente d'accordo con te" - e aggiunse - "io sono in grado, oggi, quando c'è ancora un terzo della popolazione tedesca che ha vissuto e conosciuto la guerra, di far accettare in Germania la moneta comune e di abbandonare il Deutsche Mark. Se perdiamo questa occasione non ce la faremo mai più, e l'integrazione dell'Europa non andrà più avanti!". Quello fu un momento cruciale.

    Il Trattato costituzionale Europeo oggi purtroppo ha avuto una impasse con i referendum negativi di Francia ed Olanda, ma sono convinto che questo momento dovrà essere necessariamente superato. Non so come, non so se quel Trattato sarà modificato o snellito. Forse è troppo lungo, ma sono certo, andremo avanti, perché è nell'interesse fondamentale delle nuove generazioni. Per questo mi rivolgo a voi. Per continuare ci vuole un rinnovato slancio ideale, che non può non partire da voi giovani. Discutete tra di voi, allora, dei problemi europei, parlate di queste cose, perché, per voi, è un dato di fatto che non ci siano guerre in Europa, è un dato di fatto che possiate viaggiare per l'Europa senza nessuna difficoltà. Una delle mie nipoti ha studiato a Londra, a Oxford, un’altra è a Grenoble, viaggiano per l'Europa in continuazione, per loro è un fatto acquisito. La prima volta che mi mossi dall'Italia, nel 1939, non so quanto mi ci volle per avere il passaporto per andare in Germania, Paese alleato. Eri obbligato, al momento della partenza, pur avendo tutti i visti, ad andare in Questura a dichiarare: "domani io parto e prendo il treno della tal ora". E mi ricordo che quando arrivai al Brennero fui bloccato perché per un disguido non era arrivato il telegramma che segnalava che io quella notte su quel treno avrei passato la frontiera. Fui costretto a scendere e ripartire solamente quando, dalla questura di Livorno, arrivò la conferma. Oggi voi viaggiate per l'Europa in tutta libertà, senza neanche la seccatura e l'onere di cambiare la moneta. Sono benefici enormi, non solo economici, ma politici, di modi di vivere. La mia esortazione è allora di discutere e ragionare di questi temi. Finita la mia attività istituzionale, mi sto impegnando solamente per l'Europa, perché so che questo è l'avvenire.

     

    E.CASTELLARIN: Nel corso dei decenni che L'hanno vista protagonista della nostra storia le gerarchie di valori hanno subito dei cambiamento spesso profondi. Talvolta, addirittura, possiamo definirle delle rivoluzioni. Oltre al senso di appartenenza al nostro Paese, che Lei ha ricordato più volte, a quali valori attribuirebbe un'importanza prioritaria?

     

    C.A.CIAMPI: Approfondite l'essenza della nostra cultura. La cultura europea, che poi è la cultura occidentale, si basa tutta sulla centralità dell'Uomo, sui valori che riguardano i rapporti tra uomini: il rispetto dell’altro, il senso di appartenenza alla stessa comunità. La realtà europea ha le sue radici profonde nel Mediterraneo, è nata lì: in Grecia, a Roma, da Roma all'intera Europa. Non c'è dubbio che, poi, la componente cristiana che vi si è inserita costituisca un altro fondamentale nostro valore. Trovo che la distinzione tra laici e religiosi abbia poca importanza: l’importante è avere in comune il senso del rispetto dell’altro. Poco conta come lo si definisca, quale fede si professi fra credenti e non: ciò che conta è riconoscere agli altri gli stessi diritti che rivendichiamo per noi stessi, rispettarsi reciprocamente. Questa è l'essenza della nostra cultura, questi sono i valori che ci accomunano, che superano ogni differenza. Questi sono i valori dell'Italia e dell'Europa. Noi Italiani, poi, abbiamo la nostra unità linguistica, e non dobbiamo dimenticare, qui che siamo in un ambiente di studenti, l'importanza della nostra lingua. Credo che la lingua italiana sia la lingua che nei secoli è rimasta più uguale. Una volta mi divertii a leggere ad un gruppo di persone la canzone all'Italia del Petrarca e quella di Leopardi, e domandai quale fosse dell’uno e dell’altro. Ebbi risposte incerte. Le parole, il linguaggio ed i sentimenti sono gli stessi a distanza di tanti secoli. Questa è una delle cose più rilevanti dell'Unità d'Italia. Per questo mi sono tanto impegnato, per questo dico che le scritte che si possono leggere sul Vittoriano sono scritte fondamentali: "Per la libertà dei cittadini e per l'Unità dell'Italia.".

    Sono questi i valori che ci caratterizzano, dei quali voi giovani dovete essere sempre più portatori e diffusori.

     
    **********
     

    C.A.CIAMPI: Vi ringrazio per l’incontro che mi avete offerto. Quando mi hanno comunicato che gli Allievi della Scuola Superiore Sant’Anna volevano rivolgermi delle domande scritte ho detto che preferivo un incontro più vivo ed immediato. Mettersi a rispondere alle domande per iscritto ha sempre una sua aridità. Rispondere guardando le persone negli occhi è un'altra cosa.

    Si comprende fra l'altro – credo – la sincerità delle parole altrui, quanto l’altro crede in ciò che dice. A volte lo scritto non riesce a rappresentare in pieno tutto questo. Vi ringrazio, allora, per avermi dato questa opportunità, che mi ha riportato in un ambiente che visitai personalmente quando era ancora in ricostruzione, e che sono ora lieto di vedere così ben funzionante. Mi hanno detto che siete ben 350 Allievi, quindi assieme ai 500 della Normale costituite una massa di 850 giovani. Questo numero riflette l'aumento della popolazione universitaria. Oggi, girando per le strade con mia moglie, facevo un confronto fra la Pisa del 1937 e la Pisa di oggi, siamo rimasti impressionati dalla quantità di giovani incontrati. Noi, giovani universitari, allora (sessanta anni fa) eravamo una minoranza. Oggi Pisa è una città “occupata dagli studenti”. Siete voi Pisa…